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Avevo 8 anni quando la befana mi portò una biciclettina rossa. Si chiamava Cinzia e fu il mio primo amore. Giravo per ore in tondo nel cortile sotto casa, come in trance. Poi cambiammo casa, niente più cortile né alcuno spazio sicuro per scorrazzare, addio bici. Fino ai 25 anni. Stavolta non fu la befana, bensì mia madre. Ero in crisi esistenziale, non riuscivo più a studiare né a dare un senso alle mie giornate. Un giorno suonò al citofono e mi disse: scendi che c'è una cosa per te. Una Puch, austriaca, modello Elegance. Tutta azzurra con sellino e manopole bianche. Freno a contropedale e cambio nel mozzo. Fu allora che capii che quell'oggetto non è un semplice mezzo di trasporto. Ha il potere di trasmetterti un modo nuovo di concepire te stesso e il tuo rapporto con il mondo, con la vita, con gli eventi quotidiani. Ogni sera prima del tramonto facevo 20 chilometri, fino al mare e ritorno. Ricominciai a studiare e riuscii a laurearmi. Oggi la mia Puch Elegance non c'è più, rubata da qualche povero svitato. Ma grazie a lei mi sono riconciliato con la vita.
Non potrei neanche concepirmi proprietario di un'automobile. Mi viene la nausea a immaginarmi ogni mattina ad aprire il garage, tirare fuori l'auto, entrare nell'incubo del traffico, e la sera tornare a casa con addosso quello stress pazzesco che solo gli autodipendenti conoscono. La bici mi aiuta perfino a superare l'oppressione del lavoro e di un capo imbecille. Arrivo in ufficio con un sorriso stampato in faccia, e alla fine, qualunque cosa sia successa in quelle otto ore di reclusione forzata, riparto pensando soltanto: è finita, adesso si pedala. Ogni sera, riponendola in cantina, non posso fare a meno di dirle un grazie spontaneo, senza neanche aprire bocca: lei sente anche i miei pensieri.
E ovviamente, è la mia inseparabile compagna anche nei viaggi. Il mio primo cicloviaggio me lo sono regalato per i 40 anni: in sette giorni da casa fino al confine con l'Austria, attraversando le Dolomiti. Indimenticabile, come i successivi, quasi sempre in solitaria. E' lei che mi ha insegnato che cosa significa viaggiare. Chi usa gli altri mezzi non viaggia, si trasferisce. Solo a piedi o in bici si può viaggiare, gustando ogni istante del viaggio nel suo lento dipanarsi, godendo del vento, del sole, dell'erba, del sudore, dell'energia che si sprigiona dal tuo corpo, delle salite e discese, delle strade perse mille volte e sempre ritrovate, dei panorami infiniti, di fiumi placidi e impetuosi torrenti, della gente incontrata e salutata sorridendo, della dolcissima stanchezza serale, dei intensi sonni popolati di bei sogni. Un viaggio in bici è davvero tutto questo. Magia in movimento, gioiosa avventura, vita vissuta al mille per mille.
Che cosa sarebbe oggi la mia vita, se quel giorno di diciotto anni fa mia madre non avesse suonato il citofono? Non oso neanche immaginarlo. Stasera pedalando verso casa ammiravo il tramonto, oltre il fiume e le colline: un cielo di velluto turchese dietro veli di nuvole di un rosa intensissimo. E fra un mese è già primavera.
Avevo 8 anni quando la befana mi portò una biciclettina rossa. Si chiamava Cinzia e fu il mio primo amore. Giravo per ore in tondo nel cortile sotto casa, come in trance. Poi cambiammo casa, niente più cortile né alcuno spazio sicuro per scorrazzare, addio bici. Fino ai 25 anni. Stavolta non fu la befana, bensì mia madre. Ero in crisi esistenziale, non riuscivo più a studiare né a dare un senso alle mie giornate. Un giorno suonò al citofono e mi disse: scendi che c'è una cosa per te.
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