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Emily Dickinson Solitudine Ha una sua solitudine lo spazio, solitudine il mare e solitudine la morte - eppure tutte queste son folla in confronto a quel punto più profondo, segretezza polare, che è un’anima al cospetto di se stessa: infinità finita.
John Keats Solitudine Solitudine, se vivere devo con te, Sia almeno lontano dal mucchio confuso Delle case buie; con me vieni in alto, Dove la natura si svela, e la valle, Il fiorito pendio, la piena cristallina Del fiume appaiono in miniatura; Veglia con me, dove i rami fanno dimore, E il cervo veloce, balzando, fuga Dal calice del fiore l'ape selvaggia. Qui sarei felice anche con te. Ma la dolce Conversazione d'una mente innocente, quando le parole Sono immagini di pensieri squisiti, è il piacere Dell'animo mio. E' quasi come un dio l'uomo Quando con uno spirito affine abita in te. Giacomo Leopardi Il passero solitario
D'in su la vetta della torre antica, Passero solitario, alla campagna Cantando vai finché non more il giorno; Ed erra l'armonia per questa valle. Primavera dintorno 5 Brilla nell'aria, e per li campi esulta, Sì ch'a mirarla intenerisce il core. Odi greggi belar, muggire armenti; Gli altri augelli contenti, a gara insieme Per lo libero ciel fan mille giri, 10 Pur festeggiando il lor tempo migliore: Tu pensoso in disparte il tutto miri; Non compagni, non voli, Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi; Canti, e così trapassi 15 Dell'anno e di tua vita il più bel fiore. Oimè, quanto somiglia Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso, Della novella età dolce famiglia, E te german di giovinezza, amore, 20 Sospiro acerbo de' provetti giorni, Non curo, io non so come; anzi da loro Quasi fuggo lontano; Quasi romito, e strano Al mio loco natio, 25 Passo del viver mio la primavera. Questo giorno ch'omai cede alla sera, Festeggiar si costuma al nostro borgo. Odi per lo sereno un suon di squilla, Odi spesso un tonar di ferree canne, 30 Che rimbomba lontan di villa in villa. Tutta vestita a festa La gioventù del loco Lascia le case, e per le vie si spande; E mira ed è mirata, e in cor s'allegra. 35 Io solitario in questa Rimota parte alla campagna uscendo, Ogni diletto e gioco Indugio in altro tempo: e intanto il guardo Steso nell'aria aprica 40 Mi fere il Sol che tra lontani monti, Dopo il giorno sereno, Cadendo si dilegua, e par che dica Che la beata gioventù vien meno. Tu, solingo augellin, venuto a sera 45 Del viver che daranno a te le stelle, Certo del tuo costume Non ti dorrai; che di natura è frutto Ogni vostra vaghezza. A me, se di vecchiezza 50 La detestata soglia Evitar non impetro, Quando muti questi occhi all'altrui core, E lor fia vòto il mondo, e il dì futuro Del dì presente più noioso e tetro, 55 Che parrà di tal voglia? Che di quest'anni miei? che di me stesso? Ahi pentirommi, e spesso, Ma sconsolato, volgerommi indietro. Eugenio Montale La solitudine Se mi allontano due giorni i piccioni che beccano sul davanzale entrano in agitazione secondo i loro obblighi corporativi. Al mio ritorno l'ordine si rifà con supplemento di briciole e disappunto del merlo che fa la spola tra il venerato dirimpettaio e me. A COSI' POCO E' RIDOTTA LA MIA FAMIGLIA. E c'è chi ne ha una o due, che spreco, ahimè! Giovanni Pascoli Solitudine
I Da questo greppo solitario io miro passare un nero stormo, un aureo sciame; mentre sul capo al soffio di un sospiro ronzano i fili tremuli di rame. È sul mio capo un'eco di pensiero 5 lunga, né so se gioia o se martoro; e passa l'ombra dello stormo nero, e passa l'ombra dello sciame d'oro. II Sono città che parlano tra loro, città nell'aria cerula lontane; 10 tumultuanti d'un vocìo sonoro, di rote ferree e querule campane. Là, genti vanno irrequïete e stanche, cui falla il tempo, cui l'amore avanza per lungi, e l'odio. Qui, quell'eco ed anche 15 quel polverio di ditteri, che danza. III Parlano dall'azzurra lontananza nei giorni afosi, nelle vitree sere; e sono mute grida di speranza e di dolore, e gemiti e preghiere. . . 20 Qui quel ronzìo. Le cavallette sole stridono in mezzo alla gramigna gialla; i moscerini danzano nel sole; trema uno stelo sotto una farfalla. Pierpaolo Pasolini Senza di te tornavo Senza di te tornavo, come ebbro, non più capace d'esser solo, a sera quando le stanche nuvole dileguano nel buio incerto. Mille volte son stato così solo dacché son vivo, e mille uguali sere m'hanno oscurato agli occhi l'erba, i monti le campagne, le nuvole. Solo nel giorno, e poi dentro il silenzio della fatale sera. Ed ora, ebbro, torno senza di te, e al mio fianco c'è solo l'ombra. E mi sarai lontano mille volte, e poi, per sempre. Io non so frenare quest'angoscia che monta dentro al seno; essere solo. Ippolito Pindemonte La solitudine Pien d'un caro pensier, che mi rapiva, Giunto io mi vidi ove sorgean d'antica Magion gli avanzi su deserta riva. Cinge le mura intorno alta l'ortica, E tra le vie della cornice infranta L'arbusto fischia, e tremola la spica. Scherza in cima la vite, o ad altra pianta In giù cadendo si congiunge e allaccia, E di ghirlande il nudo sasso ammanta: E con verde di musco estinta faccia Sculto Nume qui giace, e l'umil rovo Là gran pilastro rovesciato abbraccia. M'arresto; e poi tra la folt'erba movo: Troppo di cardo o spina al piè non cale, E nel vóto palagio ecco mi trovo. Stillan le volte, e per l'aperte sale Passa ululando l'Aquilon, né tace Nel cavo sen dell'oziose scale. E pender dalle travi odo loquace Nido, entro cui tenera madre stassi I frutti del suo amor covando in pace. Quindi sul campo con gli erranti passi, Per via diversa dalla prima, io torno. Veggo persona tra i cespugli e i sassi. Sedea sovra il maggior masso, che un giorno Sorse nobil meta d'alta colonna: Abbarbicata or gli è l'edera intorno. M'appresso; ed era ossequiabil Donna: Scendea sul petto il crine in due diviso, E bianca la copria semplice gonna. Par che lo sguardo al ciel rivolto e fiso Nelle nubi si pasca, e tutta pósi L'alma rapita nel beato viso. Chi sei? le dico; ed ella, i rai pensosi Chinando, Solitudine m'appello: Diva, sempre io t'onorai, risposi. Mettea dal mento appena il fior novello; Ed uscendo, tu sai che parlo il vero, Dal folleggiar d'un giovanil drappello, In disparte io traeva; e se un sentiero Muto e solingo a me s'apria, per esso Mi lasciava condur dal mio pensiero. Poscia delle città lodai più spesso Rustico asilo, e più che loggia ed arco, Piacquemi un largo faggio e un brun cipresso. Questo so ben: ma che sovente al varco Un Nume t'aspettò, pur mi rammento, Rispose, e che per te sonar fe' l'arco. E stato fora allor parlar col vento Il parlarti de' campi, e morte stato Far un passo lontan dal tuo tormento. Ma tutto de' tuoi giorni era il gran fato Seguir la tua giovine Maga, e meno Curar la vita, che lo starle a lato, E dal torbido sempre, o dal sereno Lume degli occhi suoi pendendo, berne L'incendioso lor dolce veleno. È vero, è ver: ma chi mirar l'eterne Può in man d'Amor terribili quadrella, E non alcuna in mezzo al cor tenerne, S'egli al fianco si pon d'una donzella, Che ad una fronte, che qual astro raggia, Giunga in sé stessa ogni virtù più bella, Che modesta ci sembri, e non selvaggia, Varia, né mai volubile, che l'ore Viva tra i libri, e pur rimanga saggia? Ora l'età, l'esperienza, e il core Già stanco, ed il pensier, che ad altro è vólto, Di me stesso potran farmi signore. Sorrise allor sorriso tal, che al volto Senza tor maestà crebbe dolcezza, La casta Diva; e così dir l'ascolto: Molti di me seguir punge vaghezza; Ma vidi ognor, come a poche alme infondo Fiamma verace della mia bellezza. Alcun mi segue, perché scorge immondo Di vizi e di viltà quantunque ei mira: Questi non ama me, detesta il Mondo. Non ama me, chi del suo Prence l'ira Contro destossi, ed in romita villa Esule volontario il piè ritira; Ma la luce del trono, onde scintilla Su lui non balza, egli odia, odia l'aspetto Del felice rival, che ne sfavilla. Non chi la lontananza d'un oggetto Piange, che prima il fea contento e pago, E gli trasse partendo il cor del petto; Ma d'un romito ciel si mostra vago, Per poter vagheggiar libero e oscuro Pinta nell'aere l'adorata imago. Questi voti d'un cor, che non è puro, Odio; e di lui, che in me cerca me stessa, Solo gli altari e i sagrifizi io curo. Ma quanto a pochi è dagli Dei concessa Alma, che sol di sé si nutre e pasce? Che ogni dì, che a lei spunta, è sempre dessa? Che ognor vive a sé cara? Uom, che le ambasce Del rimorso, torcendo in sé la vista, Paventerà, questi per me non nasce. Questi sol qualche ben nel vario acquista Tumulto, perché in lui strugge e disperde La conoscenza di sé stesso trista. Ma su lucido colle, o per la verde Notte d'un bosco, co' pensieri insieme, E co' suoi dolci sogni, in cui si perde, Passeggia il mio fedele, e duol nol preme, Se faccia d'uom non gli vien contro alcuna, Perché sé stesso ritrovar non teme; E nel silenzio della notte bruna Estatiche fissar gode le ciglia Nel tuo volto soave, o argentea Luna; E per l'ampia degli astri aurea famiglia Gode volar, di Mondo in Mondo passa, Passa di meraviglia in meraviglia. Levando allor la fronte trista e bassa, Deh! grido, se ti spiace il culto mio, E che pensi di me, saper mi lassa. Il tuo culto sprezzar, no, non poss'io: Ma scosso appena dalle gialle fronde Avrà l'Autunno il lor ramo natio, Che tu darai le spalle a queste sponde, E d'altro filo tesserai la vita Ove Città sovrana esce dell'onde. Né però dal tuo core andrà sbandita La voglia di tornare al bosco e al campo, Tosto che torni la stagion fiorita. E se nol vieta di due ciglia il lampo, Se una dolce eloquenza non ti lega, Ti rivedrò; né temo d'altro inciampo. Ciò detto, in piè levossi; ed io: Deh! spiega, Se ancor mi s'apparecchia al core un dardo. Ella già mossa: Il labbro tuo mi prega Di quel, che dubbio pende anco al mio sguardo. Salvatore Quasimodo Subito sera Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera Umberto Saba La capra Ho parlato a una capra Era sola sul prato, era legata. Sazia d’erba, bagnata dalla pioggia, belava. Quell’uguale belato era fraterno al mio dolore. Ed io risposi, prima per celia, poi perchè il dolore è eterno, ha una voce e non varia. Questa voce sentiva gemere in una capra solitaria. Giuseppe Ungaretti Natale Natale Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade Ho tanta stanchezza sulle spalle Lasciatemi così come una cosa posata in un angolo e dimenticata Qui non si sente altro che il caldo buono Sto con le quattro capriole di fumo del focolare Giacomo Leopardi La vita solitaria La mattutina pioggia, allor che l'ale Battendo esulta nella chiusa stanza La gallinella, ed al balcon s'affaccia L'abitator de' campi, e il Sol che nasce I suoi tremuli rai fra le cadenti Stille saetta, alla capanna mia Dolcemente picchiando, mi risveglia; E sorgo, e i lievi nugoletti, e il primo Degli augelli susurro, e l'aura fresca, E le ridenti piagge benedico: Poiché voi, cittadine infauste mura, Vidi e conobbi assai, là dove segue Odio al dolor compagno; e doloroso Io vivo, e tal morrò, deh tosto! Alcuna Benché scarsa pietà pur mi dimostra Natura in questi lochi, un giorno oh quanto Verso me più cortese! E tu pur volgi Dai miseri lo sguardo; e tu, sdegnando Le sciagure e gli affanni, alla reina Felicità servi, o natura. In cielo, In terra amico agl'infelici alcuno E rifugio non resta altro che il ferro. Talor m'assido in solitaria parte, Sovra un rialto, al margine d'un lago Di taciturne piante incoronato. Ivi, quando il meriggio in ciel si volve, La sua tranquilla imago il Sol dipinge, Ed erba o foglia non si crolla al vento, E non onda incresparsi, e non cicala Strider, né batter penna augello in ramo, Né farfalla ronzar, né voce o moto Da presso né da lunge odi né vedi. Tien quelle rive altissima quiete; Ond'io quasi me stesso e il mondo obblio Sedendo immoto; e già mi par che sciolte Giaccian le membra mie, né spirto o senso Più le commova, e lor quiete antica Co' silenzi del loco si confonda. Amore, amore, assai lungi volasti Dal petto mio, che fu sì caldo un giorno, Anzi rovente. Con sua fredda mano Lo strinse la sciaura, e in ghiaccio è volto Nel fior degli anni. Mi sovvien del tempo Che mi scendesti in seno. Era quel dolce E irrevocabil tempo, allor che s'apre Al guardo giovanil questa infelice Scena del mondo, e gli sorride in vista Di paradiso. Al garzoncello il core Di vergine speranza e di desio Balza nel petto; e già s'accinge all'opra Di questa vita come a danza o gioco Il misero mortal. Ma non sì tosto, Amor, di te m'accorsi, e il viver mio Fortuna avea già rotto, ed a questi occhi Non altro convenia che il pianger sempre. Pur se talvolta per le piagge apriche, Su la tacita aurora o quando al sole Brillano i tetti e i poggi e le campagne, Scontro di vaga donzelletta il viso; O qualor nella placida quiete D'estiva notte, il vagabondo passo Di rincontro alle ville soffermando, L'erma terra contemplo, e di fanciulla Che all'opre di sua man la notte aggiunge Odo sonar nelle romite stanze L'arguto canto; a palpitar si move Questo mio cor di sasso: ahi, ma ritorna Tosto al ferreo sopor; ch'è fatto estrano Ogni moto soave al petto mio. O cara luna, al cui tranquillo raggio Danzan le lepri nelle selve; e duolsi Alla mattina il cacciator, che trova L'orme intricate e false, e dai covili Error vario lo svia; salve, o benigna Delle notti reina. Infesto scende Il raggio tuo fra macchie e balze o dentro A deserti edifici, in su l'acciaro Del pallido ladron ch'a teso orecchio Il fragor delle rote e de' cavalli Da lungi osserva o il calpestio de' piedi Su la tacita via; poscia improvviso Col suon dell'armi e con la rauca voce E col funereo ceffo il core agghiaccia Al passegger, cui semivivo e nudo Lascia in breve tra' sassi. Infesto occorre Per le contrade cittadine il bianco Tuo lume al drudo vil, che degli alberghi Va radendo le mura e la secreta Ombra seguendo, e resta, e si spaura Delle ardenti lucerne e degli aperti Balconi. Infesto alle malvage menti, A me sempre benigno il tuo cospetto Sarà per queste piagge, ove non altro Che lieti colli e spaziosi campi M'apri alla vista. Ed ancor io soleva, Bench'innocente io fossi, il tuo vezzoso Raggio accusar negli abitati lochi, Quand'ei m'offriva al guardo umano, e quando Scopriva umani aspetti al guardo mio. Or sempre loderollo, o ch'io ti miri Veleggiar tra le nubi, o che serena Dominatrice dell'etereo campo, Questa flebil riguardi umana sede. Me spesso rivedrai solingo e muto Errar pe' boschi e per le verdi rive, O seder sovra l'erbe, assai contento Se core e lena a sospirar m'avanza. |