Home Racconti e dialoghi Conversazione con la Solitudine n. 1

Solitudine e amore

Solitudine e amore sono reciprocamente dipendenti. Nell'amore la solitudine diventa libertà e dalla solitudine l'amore trae vigore e profondità.

Solitudine e felicità

La felicità nasce dalla solitudine come un fiore dalla terra. Le relazioni con gli altri sono la pioggia che nutre la terra. Cercare la felicità evitando la solitudine è come innaffiare la nuda roccia sperando che vi nascano i fiori.


Conversazione con la Solitudine n. 1 PDF Stampa E-mail
Scritto da Davjdek   

Dialoganti: Io (I), la Solitudine (S)
I: esiste una solitudine buona e una cattiva?
S: no. La solitudine è una sola. Ciò che mi fa apparire buona o cattiva è il rapporto che hai con te stesso.
I: insomma, di norma sei sempre sana e benefica, ma se io ho non ho un buon rapporto con me stesso diventi malvagia.

S: non esattamente. Non sono io che divento malvagia. Funziono esattamente come un amplificatore: se ti ami, amplifico il tuo benessere. Se ti odi, purtroppo amplificherò il tuo dolore.
I: quindi chi non sa amarsi dovrebbe evitarti come la peste.
S: non risolverebbe nulla. Anche se si circondasse di compagnia continuerebbe a sentirsi dolorosamente solo.
I: allora non c'è via di uscita.
S: certo che c'è: accogliere il proprio dolore, nutrirsene come di un alimento benefico.
I: questo è masochismo.
S: c'è una netta differenza. Il masochista vuole mantenersi nel dolore per farsi compatire e sfuggire alle proprie responsabilità: per lui il dolore è un fine. La persona autoconsapevole accoglie il proprio dolore sapendo che esso è un mezzo, e che terminerà una volta che avrà esaurito il suo compito
I: e qual è il suo compito?
S: quando mi fa male una gamba, immediatamente penso: "la mia gamba ha qualcosa che non va. Occorre prendere provvedimenti". Il dolore psichico ha la stessa funzione: mi avverte che c'è qualcosa da fare per poter stare meglio.
I: bene. Ma concretamente?
S: concretamente, quando il dolore arriva, innanzitutto gli dici "grazie". L'espressione di gratitudine è sempre il primo passo per instaurare un dialogo.
I: dire grazie al dolore? Continua a sembrarmi masochistico.
S: continui a confondere due cose molto diverse. Facciamo un esempio: se un amico ti critica per un errore, tu puoi avere tre differenti reazioni. La prima è arrabbiarti con lui. In questo caso, sei come colui che respinge il dolore anziché accoglierlo in sé: lo ricacci indietro, fingendo di non sentirlo. In questo modo egli continuerà a rosicchiarti come un tarlo, fino a ridurti l'anima come un colabrodo. La seconda reazione è quella masochistica: ti lasci aggredire e usi le critiche per alimentare l'odio verso te stesso. Dici: anche gli amici mi criticano, quindi sono proprio uno schifo, merito di star male. Questa è la via sicura verso la depressione. Infine, c'è la terza reazione: dire "grazie". Ringraziando l'amico che ti ha criticato, accogli in te la sua critica, ne fai tesoro, la usi come un mezzo per migliorarti e per essere più felice. Ringraziare il proprio dolore è appunto questo: accoglierlo come un amico che mi sta aiutando a migliorarmi.
I: ma questo vuol dire che devo desiderare il dolore?
S: assolutamente no. vuol dire solo che quando viene non devi respingerlo, ma dialogare con lui. Dialogando, ottieni due vantaggi: gli impedisci di impadronirsi di te, mettendo subito in chiaro che tu non sei il tuo dolore, siete due cose diverse. Inoltre, lo volgi a tuo favore, usandolo come un telescopio che ti permette di espolorare parti profonde del tuo universo interiore, che ancora non avevi mai osservato.
I: ma una volta che l'ho accolto e ci ho dialogato, devo tenermelo addosso? Non posso più mandarlo via?
S: non avrai nessun bisogno di mandarlo via. Se ne andrà da solo, quando avrà esaurito il suo compito.
I: E se invece non se ne va?
S: se non lo fa vuol dire che non è il dolore sano, ma un dolore nevrotico: quello che produci tu stesso per farti del male. Rientra nella fattispecie del masochismo.
I: E come faccio a capire se è un dolore sano o nevrotico?
S: Te lo faccio capire io. Esisto appunto per questo.
I: Cioè? Basta starmene in solitudine per capirlo?
S: Basta chiamarmi in aiuto. Io provvederò a fare silenzio dentro di te, affinché tu possa ascoltarti. In tal modo capirai subito se il tuo dolore è disposto a dialogare (dolore sano) oppure rifiuta qualunque trattativa e vuole impadronirsi di te (dolore nevrotico).
I: E se sono vittima di un dolore nevrotico, come me ne libero?
S: Innanzitutto riconoscendolo come tale senza finzioni. Poi, chiedendo aiuto.
I: Alla solitudine?
S: Non solo a me. Non posso fare tutto da sola. Chiederai aiuto alle tue parti sagge, che abitano le stanze più segrete della tua coscienza, e contemporaneamente chiederai aiuto all'esterno. Dire con umilità a un amico "ho bisogno di te, per favore offrimi il tuo ascolto", farà un gran bene non solo a te, ma anche a lui.
I: E se amici non ne ho?
S: Qualcuno che possa aiutarti c'è sempre. Sarò io stessa a suggerirti un nome, se mi interpellerai.
I: Mi hai illuminato sul significato del dolore. Ma ho tanti altri dubbi.
S: Sono a tua disposizione per chiarirli, ma prima ti consiglio di assimilare quanto ci siamo detti oggi.
I: Lo farò. Grazie di cuore.
S: Grazie a te.
 

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