Solitudine e amore
Solitudine e amore sono reciprocamente dipendenti. Nell'amore la solitudine diventa libertà e dalla solitudine l'amore trae vigore e profondità. |
Solitudine e felicità
La felicità nasce dalla solitudine come un fiore dalla terra. Le relazioni con gli altri sono la pioggia che nutre la terra. Cercare la felicità evitando la solitudine è come innaffiare la nuda roccia sperando che vi nascano i fiori. |
| Il sorriso di Jamòn |
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| Scritto da Marcial Lafuente Estefanìa tradotto da Davjdek |
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Jamòn era nato in un freddo gennaio di una triste e sonnolenta periferia. Sua madre intendeva chiamarlo Ramòn, come il nonno, ma aveva un difetto di pronuncia, che faceva suonare la sua erre come un jota. Fu così che, quando Ramòn fu registrato all'anagrafe, il suo nome si trasformò in Jamòn, Prosciutto, e tale rimase per sempre. Quel nome segnò la sua vita nel bene o nel male. Non solo perché fu causa di motteggi e canzonamenti continui, ora affettuosi, ora (ben più spesso) pesanti e volgari da parte degli altri ragazzini del vicinato e della scuola, ma anche perché stimolò in lui quella capacità di sorridere di se stesso che presto divenne una delle sue maggiori virtù.Contrariamente a quanto il suo nome prometteva, Jamòn era un bambino magro, mingherlino, di salute cagionevole. Miope dalla nascita, indossava un paio di spessi occhiali dalla montatura nera e pesante, che facevano apparire i suoi occhi così grandi che sembrava strano potessero starci, in quel faccino smunto. Nonostante la loro robustezza, quegli occhiali tornavano spesso a casa rotti, insieme col loro altrettanto scassato padroncino, per la disperazione della mamma: Jamòn era spesso preso di mira dai bulli del quartiere, che provavano un piacere tutto loro a picchiarlo o a umiliarlo. Spesso lo costringevano a stendersi in una pozzanghera e si mettevano a grugnire in coro, sghignazzando. Tornava a casa così sozzo che, vergognandosi di dire a sua madre la verità, inventava scuse sempre nuove e fantasiose, alle quali lei fingeva di credere, ma in realtà lo credeva soltanto un bambino un po' matto. A 15 anni, Jamòn era un ragazzo timido, taciturno e solitario, ma non aveva perso la sua capacità di sorridere di se stesso e della vita. Incredibile a dirsi, Jamòn aveva anche una fidanzata, Violeta. No, non nella vita reale: le ragazze in carne ed ossa a tutto pensavano tranne che a mettersi con un miserello come lui. Violeta era una fidanzata immaginaria. Con lei passava le notti estive ad ammirare il cielo stellato, faceva lunghissime camminate in montagna, al termine delle quali si fermavano sulla cima a godersi meravigliosi paesaggi, tenendosi per mano e baciandosi sulle labbra. Andavano insieme anche al mare, di nascosto dai genitori, per tuffarsi dallo scoglio più alto, mano nella mano, e poi riemergere abbracciati e baciarsi in acqua come due delfini innamorati. Il loro fu un delicatissimo amore romantico, fino alla fine. Sì, perché un giorno finì, tragicamente. Violeta tornava a casa sulla sua bici olandese, dopo una passeggiata per prati e colline nel rigoglio della primavera incipiente. Attraversò il passaggio a livello senza guardare - forse pensava ancora ai baci e alle carezze di Jamòn. Il treno la travolse. Jamòn lo seppe subito, perché una fidanzata immaginaria non può nasconderti niente, men che meno la sua morte. Rimase giorni e giorni chiuso nella sua stanzetta, a digiuno, piangendo di nascosto, mentre sua madre si convinceva ormai definitivamente di aver generato un marziano, un prosciutto marziano. Sei proprio furbo, Jamòn - egli diceva a se stesso. Sei stato capace di perdere pure la fidanzata immaginaria. Potevi starci più attento. Potevi accompagnarla e proteggerla. Ed ora? - Jamon pensava. Ad un tratto, capì. Non era stato un incidente a uccidere Violeta. Violeta aveva solo deciso di uscire dalla sua vita, e quello era l'unico modo in cui poteva farlo. Sapeva che Jamòn aveva bisogno di una ragazza vera, con un cuore che davvero battesse per lui, con mani concrete che concretamente potessero accarezzarlo, braccia che potessero abbracciarlo, e labbra. Labbra che si posassero sulle sue, per davvero. Per davvero. Come hai potuto far questo, Violeta? - Jamòn le diceva. Come hai potuto ucciderti per me? Come potrò superare il rimorso? Vorrei morire anch'io, con te, come te. - Non pensarci nemmeno, Jamòn - lo interruppe una voce. - Chi sei? Da dove mi parli? - Jamòn domandò, spaventato e confuso. - Sono il tuo Altro Jamòn, salame! Chi altro dovrei essere? - Salame lo dici a tuo fratello... Io sono un Prosciutto. E di prima scelta, per giunta. - Te la dò io la prima scelta, babbione... Se non mi ascolti, ti declasso a Pancetta! - Va bene, ti ascolto. - Bene. Ami ancora Violeta? - Che domande! Certo che l'amo! - Allora non tradirla. Si è sacrificata per te. Se non vuoi che il suo sacrificio sia vano, rinuncia al tuo mondo di sogni e comincia a vivere, qui, adesso, nel mondo reale. - Stammi a sentire, Salam... ehm, scusa... Altrojamòn. Per te è semplice dire "comincia a vivere nel mondo reale". Tanto tu stai nel mondo delle idee. Certo, sei sapiente e assennato, pensi sempre le cose più giuste, ma i problemi sono io che li devo affrontare. Una ragazza sono io che me la devo trovare. E' facile, troppo facile fare il saggio della situazione, quando poi i ceffoni in faccia me li busco io. - Sì, sì, hai ragione, non voglio farti la predica. Ma Violeta è morta per te. Non tradirla, ti prego! - Ma alle ragazze io non piaccio. Mi rifiutano, perché sono timido e bruttino. A loro piacciono i bulli, gli spacconi, i machos tutti muscoli e niente cervello. - Ahimè, Jamòn, non posso darti torto. Ma non darti per vinto. Un Prosciutto di prima scelta come te ha solo bisogno di incontrare un palato fino, di quelli che si incontrano solo a prezzo di un lungo attendere, e di un lungo cercare. - Un lungo attendere. Un lungo cercare. Mi armerò di pazienza, e cercherò anch'io. - Così mi piaci, Jamòn. Diamoci da fare! E davvero fu lunga l'attesa, e fu un lungo cercare. Passarono gli anni, e poi anche i decenni. Jamòn non era ormai più un ragazzino, ma un uomo maturo, e il suo sorriso fiducioso non gli riusciva più così facile e spontaneo. Le sue labbra erano stanche di sorridere soltanto, e non poter mai baciare. Ma un giorno di marzo, disteso sull'erba, gli occhi chiusi per meglio assopirsi, abbandonato al calore di un sole gentile, Jamòn ricordò quella voce. E gli tornò in mente Violeta. Un sorriso si disegnò sul suo volto. E quando aprì gli occhi, si accorse che lì, a due passi da lui, altri due occhi, di donna, erano intenti a osservarlo, incantati da quel sorriso sincero e sereno. - E tu chi sei? - Jamòn domandò. - Mi chiamo Violeta - Violeta rispose. |



