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Solitudine e amore

Solitudine e amore sono reciprocamente dipendenti. Nell'amore la solitudine diventa libertà e dalla solitudine l'amore trae vigore e profondità.

Solitudine e felicità

La felicità nasce dalla solitudine come un fiore dalla terra. Le relazioni con gli altri sono la pioggia che nutre la terra. Cercare la felicità evitando la solitudine è come innaffiare la nuda roccia sperando che vi nascano i fiori.


Lettera da Noopolis n. 2 PDF Stampa E-mail
Scritto da Marcial Lafuente Estefanìa tradotto da Davjdek   

Noopolis, 1 novembre 2684
Cara Selene,
vinto dalla noia, ieri finalmente sono uscito per la prima volta da questa bolla di vetro che imprigiona i miei giorni senza notti e i miei sogni senza sonno. Ho indossato la muta, allacciato le bombole, spalancato il portello di ingresso a tenuta stagna.

Davanti a me una pianura irregolare cosparsa di rocce appuntite, altissime colonne di pietra lavica, crateri profondi in cui ristagnava una nebbia pesante di gas sulfurei. Un vento incessante sollevava la polvere rossa di minerali ferrosi, generando turbini alti, vaganti come fantasmi inquieti.
Ho camminato lentamente per un'ora. Mi sono fermato davanti all'ingresso di una caverna, scavata molti secoli fa dall'acqua che un tempo abbondava sulla superficie di Noopolis. Il vento scivolava tra le rocce generando mugolii ora acuti e vibranti, ora sordi e sommessi.
Seduto su un sasso, ho chiuso gli occhi e ascoltato quei suoni, così stranamente umani, come di donna che geme in silenzio. Respiravo piano, lasciandomi pervadere da quel suono. Era la voce di mia madre. Un'allucinazione, favorita dall'isolamento forzato o da qualche molecola di gas venefico penetrata attraverso i filtri della mia muta. O forse no. Forse, era proprio mia madre che mi attendeva in quel posto per parlarmi di sé. E di me. Mia madre, che lasciò il nostro mondo quando io ero lontano. Alla quale non potei rivolgere un grazie, un sorriso per avermi generato, nutrito, educato. Alla quale, in realtà, quel grazie e quel sorriso non ero stato capace di rivolgerli prima, quando quel semplice gesto avrebbe potuto donarle una gioia meritata.
Eppure, in quel momento era lei che chiedeva perdono a me, per non avermi saputo amare quanto avrebbe voluto. La sua voce rotta dal pianto mi riportò a quei momenti, nelle sere invernali della mia casa d'infanzia. Un bambino silenzioso e triste che attende con ansia l'arrivo del padre. Una madre che mai gli sorride, mai lo abbraccia, mai gli dice "ti amo". E il pensiero, che matura in lui sempre più profondo e doloroso, di non essere degno dell'amore dei suoi genitori.
"Ti ho amato come solo una madre può amare. Ma non ho saputo tradurre il mio affetto in parole ed in gesti. Troppo forte il timore, troppo il dolore che io stessa avevo provato da bambina. Ed ora non ho altro da chiederti se non il perdono. Sarebbe bastato abbracciarti ogni volta che eri triste. Sarebbe bastato farti sentire che non avevi bisogno di guadagnarti il mio amore: lo meritavi per il solo fatto di essere il mio bambino. Ora sei un uomo, ma quel bambino ancora piange, perché io l'ho tradito".
Non di tradimento si tratta, Madre, ma di una catena pesante di incomprensione e paura d'amare di cui tu sei stata un inconsapevole anello, ed io sono un altro, intrecciato a te come tu a mia nonna. Eppure questa catena hai già iniziato a spezzarla. Tu e mio padre mi avete trasmesso i valori del rispetto, dell'onestà, dell'attenzione ai più deboli. Questi valori sono il bene più prezioso che custodisco in me, e viene da voi. Dal vosto amore. Sì, Madre, la catena del non amore si spezzerà presto, vedrai. E da quel momento saremo anelli intrecciati di un'altra catena, lieve e fortissima, vibrante di energia, che niente potrà mai spezzare. La catena della Vita.
Una forza misteriosa mi indusse a sollevarmi da quel sasso, e avanzare nel buio dell'antro umido e impervio. La gravità di Noopolis, di un terzo maggiore di quella del nostro pianeta, appesantiva i miei passi. Avevo l'affanno. Le cavità rocciose amplificavano gli echi di quel vento, di quella voce materna. Dovevo tornare immediatamente alla base. Sapevo che alle bombole non rimaneva più di mezz'ora di autonomia. Fui un pazzo a proseguire, sempre più in profondità, in quella grotta. Non provavo paura, né il pensiero di morire soffocato mi turbava. Bolle di roccia fusa incandescente scoppiavano ogni tanto, a pochi metri dai miei piedi, squarciando per un istante l'oscurità. Se non restavo senz'aria, potevo morire cadendo in una pozza di lava.
Il fondo della caverna era in discesa, sempre più ripido, sempre più buio. Ero al punto di non ritorno. Se avessi esitato ancora, niente avrebbe più potuto salvarmi. Un riflesso, per terra, un metro davanti a me, mi fece trasalire: c'era un piccolo lago. Un lago di acqua, con una debole luce che dal fondo si levava verso la superficie generando argentei riflessi. Eppure il Fluido dava per certo che su questo pianeta l'acqua fosse scomparsa da molti secoli. Mi avvicinai a quello stagno, mi sporsi per cercare di capire quale fosse la fonte di quella luce. Uno spavento improvviso mi scosse le membra: un essere giaceva immerso nell'acqua, ad una decina di metri di profondità. Un pesce, forse, o un mollusco gigante. Era immobile, eppure non avevo dubbi che fosse vivo. Lo fissai, e mi resi conto che saliva lentamente, avvicinandosi a me. Era a due metri dalla superficie quando capii che cos'era. Impietrito, non riuscivo a staccare lo sguardo da lui. Un cordone usciva dal suo ventre e si perdeva giù nell'abisso. Era un feto. Aprì gli occhi improvvisamente e li fissò nei miei.
Mi sono risvegliato qui, nella mia bolla di vetro-prigione, disteso per terra, vicino al portello, già chiuso alle mie spalle. La muta ancora addosso, la maschera sollevata, le bombole vuote.
Mi sono affrettato a razionalizzare l'accaduto: probabilmente ero svenuto prima di uscire, dopo aver indossato la muta, e tutto il resto lo avevo sognato. Le bombole avevano perso l'ossigeno mentre io ero lì per terra, privo di sensi. Certamente, è così che sono andate le cose. Non ho altro da fare che uscire di nuovo (di nuovo?), camminare nella stessa direzione del sogno (del sogno?) e verificare che non c'è nessun antro, nessun vento-pianto di madre, nessun lago, nessun feto che fissa i suoi occhi nei miei.
Cara Selene, vorrei averti vicina. Vorrei baciarti e abbracciarti con la stessa passione con cui tu mi hai baciato e abbracciato, invano, quando io avevo ormai deciso di liberarmi di te. Potrai mai perdonarmi, Selene?