|
A volte ti chiedi che cosa provano, donne e uomini che la natura ha voluto dotare di un aspetto fisico attraente. Che cosa si sente, quando si è circondati dall'interesse, dall'attenzione costante dell'altro sesso, quando quotidianamente si ricevono sguardi ammirati, parole galanti, gesti che tradiscono il desiderio -o il bisogno- di un contatto per quanto fugace?
Come ci si sente, sapendo di avere questo immenso potere: il potere di produrre in un'altra persona un'emozione profonda con un semplice sguardo, o un sorriso accennato? Che cosa prova, soprattutto, chi ha la certezza di poter vivere ogni volta che lo vorrà l'esperienza dell'amore ricambiato, l'intimità, la tenerezza e il piacere dell'essere coppia? Forse, una domanda simile se la pone chi convive con una disabilità: che cosa si prova a poter camminare sulle proprie gambe, a poter vedere il mondo coi propri occhi, e ascoltare la musica, o la voce di una persona amata, con le proprie orecchie? che cosa si prova, a poter disporre del proprio corpo, dei propri sensi, della propria mente come di servi ubbidienti pronti a rispondere ai nostri comandi? Anche la tua rabbia, il tuo moto di ribellione contro l'iniquità della natura, è la stessa rabbia che anche loro potrebbero provare. Ma perché tutto questo? Se in natura tutto ha un senso, qual è il senso di queste iniquità? Perché essa ha deciso di creare i belli e i brutti, gli abili e gli inabili, i sani e i malati, gli amati e i non amati? Perché non ha scelto di crearci tutti con le stesse potenzialità di felicità e autorealizzazione? Se solo essa ci concedesse una risposta a questa semplice domanda, almeno potremmo dare un significato al dolore che la sua iniquità produce in noi ogni giorno, ogni istante. Ma probabilmente non non è dalla natura che dobbiamo attenderci una risposta. Forse, belli e brutti, abili e inabili, sani e malati, sono categorie create non dalla natura, ma dalla cultura nevrotica e perversa su cui la nostra società ha posto le sue basi. E' a questa società, a questa cultura, che dobbiamo chiedere conto del nostro dolore. Esserne consapevoli non risolve i problemi, ma ci permette almeno di ritrovare un rapporto sereno con una natura non più matrigna, non più ingiusta e crudele, ma tenera, accogliente e partecipe di ogni nostra emozione. E quella rabbia, quel moto di ribellione, potremo indirizzarli verso un una missione nuova e nobile: divenire trasformatori sociali, rivoluzionari non violenti che potranno salvare la società dalla sua tragica incapacità di amare e di amarsi, partendo dalla trasformazione di noi stessi. Questa sarà la prossima tappa del tuo cammino di rivoluzione: riconoscere in tutto il suo splendore la bellezza che è dentro di te, e lasciarla venire fuori, come acqua che sgorga limpida e pura da una sorgente di montagna, pronta a dissetare non solo te, ma tutti coloro che avranno la fortuna di esserti vicini. |